La dieta e la gestione delle emozioni negative

Oltre al disagio provato dalla stanchezza e dalla fame, di cui parlavamo nel precedente articolo, quando siamo a dieta dobbiamo fare i conti con le nostre emozioni.

Alcuni pensano che la dieta sia una questione di “metodo“: anche, ma non solo. Anzi, a dirla tutta, il metodo è forse la parte più piccola del vostro programma: un pò come se fosse la cornice, la prima marcia da ingranare per iniziare il viaggio, ma poi il carburante fosse costituito dalla nostra volontà e da come si integra con il nostro “sentire”.

Che dieta segui?“, è la domanda più frequente quando si vede qualcuno che ha perso molti chili. Domanda, a mio parere, del tutto futile, perché a guidare un progetto di dimagrimento importante non è certo una formula “matematica”, ma un impegno che ci guida a 360 gradi.

Senza la giusta motivazione, senza un lavoro che si immerge al di sotto della nostra “superficie”, non riusciremmo mai a portare avanti un progetto che ci vede impegnati a rivoluzionare la nostra immagine corporea, le percezioni che abbiamo di noi stessi, e le nostre abitudini quotidiane.

Dieta è tutto questo, e tutto questo si associa a delle emozioni.
Ci sono diversi vissuti a cui molte persone desiderano sottrarsi. Il modo di affrontarli influisce sul dimagrimento o sull’esercizio fisico, ed è per questo che “il cuore” di una dieta è la gestione delle nostre emozioni.

Ansia, solitudine, frustrazione, noia, tristezza, hanno in comune il fatto di essere spiacevoli, e di attivare tentativi (consapevoli o meno) per evitarle.
Tutto il cibo che portiamo alla bocca d’impulso” ha lo scopo di liberarci temporaneamente e in fretta da emozioni negative, o da eccitazioni troppo intense.

Le sensazioni di benessere legate alla sazietà hanno radici molto arcaiche per ciascuno di noi: risalgono alla nostra primissima infanzia, a quando venivamo allattati: odore, sapore, pienezza, erano gli indicatori della nostra percezione corporea, e facevano da organizzatore fisico ed emotivo per le nostre sensazioni.

Un neonato, si sa, è “tutto corpo”, è estremamente concentrato sulle sue sensazioni fisiche. Per questa ragione, il modo in cui ci hanno insegnato a modulare la nostra ansia o le frustrazioni placandole col cibo ci accompagna per tutta la vita.

Quante volte avete visto  genitori inesperti interpretare il pianto di un neonato pensando sia fame, e nutrirlo anche quando non sarebbe stato strettamente necessario? L’allattamento placa anche altro tipo di disagio, ed è per questo che offrire nutrimento è un rimedio spesso efficace.

Quando accade raramente non è un problema, ma con la crescita può diventare qualcosa che sta al posto di “altro“. E’ per questo che diventa importante imparare a decodificare il linguaggio dei bambini e comprendere i suoi reali bisogni.

Se questo con noi non è avvenuto in maniera precisa, è possibile che abbiamo imparato che le esperienze negative sono intollerabili, che vanno scacciate in fretta, che non devono essere affrontate correttamente. Questa convinzione, purtroppo, ci toglie la possibilità di identificarle, circoscriverle e gestirle con efficacia.

Dopo poco tempo infatti, anche se abbiamo placato l’ansia con il cibo, essa si ripresenterà integra e più intensa di prima, perché accompagnata dal senso di colpa di non aver assecondato un bisogno autentico e di aver attentato alla nostra linea.

Se usate il cibo per calmarvi o consolarvi quando non vi sentite bene, se affrontate le emozioni spiacevoli cercando di liberarvene troppo in fretta, se pensate che la dieta dipenda dal vostro umore e dal vostro stato emotivo, vi invito a seguirci nei prossimi articoli.

Descriveremo come l’abilità di affrontare le emozioni negative possa determinare il successo o il fallimento, e come usare la consapevolezza per superare i momenti difficili in modo da operare scelte migliori per noi stessi.

Marcella Agnone – Psicologa Psicoterapeuta

foto: naver.com

Commenti

  1. Post molto interessante, sei un esempio per tutte noi, un saluto affettuoso e buon fine settimana
    M.G.

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